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CENNI STORICI
«Supplessano, terra in Otranto, in diocesi di Ugento, distante
da lecce miglia 24.... Non l'ho mai letta Supersano. come altri
dice....»Così inizia a parlare di Supersano nel «Dizionario
Geografico-ragionato del Regno di Napoli», Lorenzo Giustiniani,
in una ristampa anastatica del 1797.Più tardi, e precisamente
negli anni intorno al 1885, il cav. Cosimo De Giorgi scriveva, nei
suoi «Bozzetti di viaggio sulla Provincia di Lecce»,
nel viaggio da Supersano a Ruffano.«Tra un paese e l'altro,
distanti appena tre chilometri, v'è una bella campagna, anzi
una delle più fertili e più ridenti di questa provincia.
Io l'ho percorsa più volte, nelle diverse stagioni dell'anno,
e sempre ne ho provato le stesse impressioni. Il terreno è
nerorossastro, rigogliosa è la vegetazione, salutifero il
clima, gli alberi si levan si maestosi, perchè protetti dalla
Serra di Ruffano contro il soffio del perfido libeccio, l'Attila
delle nostre colture agrarie, e soprattutto nei mesi di primavera
e autunno.Questa serra di Ruffano è la continuazione di quella
di Supersano. L'una e l'altra sfilano quasi in linea retta da maestro
a scirocco colle loro pendici qua brulle e dirupate, là disposte
a scaglioni, come l'opposta Serra del mito, che piomba sull'Adriatico
presso la marina di Tricase. Sull'altopiano di queste colline verdeggia
l'albero sacro a minerva all'altezza di 160 e 180 metri sul livello
del mare. Agli occhi del geologo si presenta un'altra scena. Questa
Serra di Ruffiano formò in origine la costiera del mare pliocenico,
quando l'adriatico confondeva ancora le sue acque con quelle dello
Jonio nella parte mediana della Penisola Salentina. L'altipiano
formava allora una piccola striscia di continente che sporgeva dal
mare, come un'isola, larga appena due chilometri ed estesa da Montesardo
alla Serra di Parabita. Le onde marine tagliavano ai suoi fianchi
dei lunghi terrazzi; e sopra uno di questi riposa appunto Ruffano
a 125 metri sul mare; su due altri sorgono Specchia ed Alessano
quasi nella stessa positura altimetrica. Un mare profondo batteva
in breccia le pareti calcaree della Serra e creava uno strato di
terreno vegetale alla base delle colline, che oggi troviamo ricoperte
di una flora splendidissima che può solo rassomigliarsi con
quella campagna di Francavilla, di Oria, di Melendugno e della valle
di Taviano. A mezza via, fra il denso degli ulivi e le chiome ad
ombrello dei pini d'Italia, vedremo Ruffano che sorge sulla costa
di una collinetta, la quale si adima nella sottostante pianura di
Torrepaduli. Più in fondo, nella stessa direzione vedremo
torreggiare sull'uliveto le ultime querce monumentali del bosco
di Belvedere, che gridano vendetta al cielo con le loro altissime
braccia spennacchiate... Nella contrada Supplessano, facendo una
zappatura profonda nel terreno del «fondo Chiesa della masseria
Monittola», nel febbraio del 1885, venner fuori da poca profondità
sotto la terra vegetale molte terre cotte lavorate, fra le quali
alcuni mattoni di cm 58 per 50 di lunghezza ed altri di 8 centimetri.
Essi formavano la base di un perimetro costruito di calce e tegole
per un'altezza di circa 10 centimetri. I mattoni riposano sopra
altri mattoncini di cm. 30 per 8 che tenevano sollevato il detto
pavimento per circa un palmo sottostante. Quel che stesse a rappresentare
questa costruzione è difficile immaginarlo e più arduo
ancora giudicarne l'epoca precisa. Però nello stesso luogo
furono scoperte le tombe nelle quali si trovavano monete d'oro di
Trajano, di Adriano, di Cesare figlio di Vespasiano e di Massimino;
e molte lucerne. Fra queste sono notevoli tre, in una delle quali
è rappresentato un ippogrifo, nell'altra sono modellati con
certa eleganza e ad impronta due gladiatori, nella terza un uccello
con la ali spiegate. Si rinviene inoltre un anello di terra cotta,
formante parte di una collana, e varii frammenti di vetro. Nel terreno
soprastante alle tombe si trovarono oggetti dei bassi tempi, e cioè
monete bizantine, un suggello in bronzo nel quale era scolpita una
pina nel mezzo e intorno si leggeva il motto: S. Nicolai Stroligiat
(seguito da una piccola croce con le estremità a forma di
rombo); ed un altro in pietra leccese graffito per lungo e per traverso
in modo da formare nove piccoli quadrati, in cinque dei quali vi
erano incise delle croci, e che forse sarvì per improntare
il pane azimo, secondo il culto della chiesa orientale. Tutti questi
cimelli sono oggi custoditi dal signor mio carissimo amico, al quale
ho pure affidato la direzione della stazione termo-pluviometrica,
da me istituita nel marzo del 1885 in questo paese. Fra le tombe
trovate in Supplessano una richiamò maggiormente la mia attenzione.
Questa era in parte scavata nel sabbione tufaceo del sottosuolo,
in parte ricoperta da una volta semicilindrica formata con quattro
archi di quel sabbione molto duro che qui dicono «carparo»,
sui quali giravano le intavolature di pietra in senso longitudinale
secondo l'asse maggiore della cripta e dell'ipogeo. La lunghezza
totale di questo era di m. 5,75, la larghezza m. 3,55 e l'altezza
m. 3,10. I lastroni delle intavolature avevano le dimensioni di
cm. 20 x 135 x 24. Vi si rinvennero ossa, lucerne antiche, un piccolo
unguentazio in terra cotta e molti frammenti di vetro. Richiamo
su questo luogo l'attenzione degli archeologi. Salendo dalla masseria
Manittola sulla collina vedremo sull'altipiano di questa la «Specchia»
di Castelforte, larga 30 metri alla base e alta 10 metri, che comunica
visualmente con quelle delle colline di Matino, di Casarano e di.
Ruffano. Poi la Serra discende formando un primo terrazzo fra la
«Masseria Nuova» e la «Masseria Vocali»,
a breve distanza dalle quali si vede un'altra Specchia detta volgarmente
«Specchione», larga come la precedente ma più
bassa di questa. Ripiegando verso N.E. lungo... Da questo punto
in poi, il testo dal quale ho attinto queste notizie, divergeva
dal mio argomento, e per me era il segno che tutto si esauriva lì.
Almeno in teoria. Ad ogni modo, grazie a questa preziosa documentazione,
son venuto a conoscenza dell'esitenza, nel nostro territorio, di
questa necropoli del periodo romano e di elementi bizantini, come
si può stabilire dai reperti rinvenuti e citati nella stessa
documentazione. Ed in rapporto alla descrizione fatta dal De Giorgi,
ho cercato di ricostruire graficamente i due «suggelli»
così come si possono osservare nella figura, che comunque
resta ipotetica. Più note restavano le tombe rinvenute sotto
il pavimento del Santuario della Madonna Celimanna e quelle scoperte
durante l'insano gesto della demolizione della vecchia chiesa dell'Immacolata
, ma a queste mai il minimo accenno. Non è stato neanche
difficile identificare geograficamente la zona, poichè nella
ricerca son venuti fuori dei punti di riferimento come, ad esempio,
la palude di Sombrino. Il luogo esatto resta ancora da stabilire.
La zona dovrebbe essere quella compresa tra le masserie Macrì,
Mengule, Paiare, Chiesa, Stanzie e Sbratta andando da Nord verso
Sud, come si può esservare nell'immagine topografica. Più
enigmatica sembra invece l'identificazione della sopracitata masseria
Monittola in quanto, per ora, mancano elementi per stabilire se
è una masseria distrutta, ed allora oggi inesistente, oppure
se ha cambiato nome e a distanza di anni quello primitivo non viene
più ricordato. Parecchi punti restano ancora da stabilire,
ma non dispero di poter divulgare, in seguito, delle notizie più
esaurienti. Le parti di questo servizio comprese nella virgolette
sono riprodotte fedelmente dai documenti reperiti presso la «Biblioteca
provinciale di Lecce» e gli «Archivi di Stato»
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