
IL BELVEDERE ERA UNA BRUNA FORESTA
Aldo De Bernart
Così la chiama, nel 1789, lo svizzero
Carlo Ulisse De Salis, signore di Marschlins, nelle sue note di
viaggio dal titolo Nel Regno di Napoli, alludendo al famoso Bosco
Belvedere, disteso nei Comuni di Scorrano, Spongano, Muro, Ortelle,
Castiglione, Miggiano, Pog-giardo, Vaste, Torrepaduli, Supersano,
Montesano, Surano, Sanarica, Botrugno, San Cassiano e Nociglia.
Immenso latifondo boschivo, che al suo proprietario, il principe
Gallone di Tricase, assicurava la pingue rendita di L. 42.500
e a tutti i Comuni confinanti gli usi civici. Smembrato,
nel 1851, e suddiviso fra i Comuni interessati, a Supersano, dopo
Scorrano e Nociglia, toccò la quota maggiore e forse la
più bella, non solo per impianto e varietà di piante,
ma anche per i pascoli eccellenti. «Nei pascoli sopra queste
alture - scrisse il De Salis - e nella foresta di Supersano, sono
allevate due razze equine appartenenti al Marchese di Martina
e al Duca di Cutrofiano, le quali forniscono buonissimi cavalli
da sella e da tiro. Vi sono anche degli armenti, ed assaggiai
qui una nuova qualità di formaggio fatto di latte di capra,
che è davvero eccellente». Famosa, un tempo, per
le sue diciotto masserie, disseminate per l'intero feudo, Supersano
deteneva la palma di tipici prodotti caseari, in concorrenza con
quelli dell'Arneo di Nardo, mentre spiccava per la selvaggina
abbondante che stanziava nel suo immenso bosco e che richiamava
cacciatori da ogni parte del Salento, che pernottavano, a volte,
nelle masserie, e, i nobili, nel Casino della Varna, ancora oggi
esistente, in agro di Torrepaduli; è questo uno stupendo
casino di caccia di impianto seicentesco, la cui mole si staglia
in una brughiera odorosa di timo, solcata da un'antica carrareccia
scavata nella macchia pietrosa. Situato nel cuore di Bosco Belvedere
di Torrepaduli, il Casino fu, appunto, luogo d'incontro per le
battute di caccia e per i conviti che le allietavano. Dimora un
tempo veramente principesca, se ancora oggi conserva, malgrado
i guasti, lo smalto dell'antico splendore, il Casino della Varna,
che non guarda più le antiche querce del suo bosco che
correvano fino a Supersano, rimane oggi l'unico testimone muto
dei fasti e della bellezza selvaggia del Bosco Belvedere. Quel
"bosco" che ha dato l'"aria sana" a Supersano
e che ancora, nei suoi avanzi, richiama turisti sulla più
bella terra del Salento, così come un tempo richiamava
gli scienziati. Scrisse, infatti, il De Salis: «Supersano
è un piccolo villaggio isolato, romanticamente situato
tra boschi e colline, che ha servito sinora da ritiro al mio intelligente
compagno». L'«intelligente compagno», al quale
allude il De Salis, è il Dott. Pasquale Manni (1761-1841),
da San Cesario di Lecce, fisico ed entomologo di chiara fama,
che nel Bosco Belvedere di Supersano aveva raccolto vari insetti,
passati poi al famoso Domenico Cirillo, che li aveva catalogati
nel suo lavoro Specimen Entomologiae Napolitanae. Il Dott. Manni
- scrive ancora il De Salis - «mi mostrò anche della
cenere vulcanica da lui raccolta a Supersano nel 1784, dove cadde
dello spessore di una mezza linea; e siccome è noto che
in quell'anno lo Stromboli eruttò violentemente, niente
di più facile che il vento ne abbia sospinte le ceneri
fin qui. E siccome la distanza in linea retta è di 160
miglia italiane, sarebbe questa una prova indiscutibile, come
gli antichi descrittori delle eruzioni dell'Etna e del Vesuvio
non raccontassero fiabe, allorché dicevano di ceneri trasportate
sino a 200 e 300 miglia, durante le forti eruzioni di questi vulcani».
Con questa annotazione sui vulcani termina la visita del De Salis
a Supersano, e nel lasciare il "piccolo villaggio",
crediamo che in quel lontano pomeriggio del 1789 abbia spinto
lo sguardo, ancora una volta, sul verde cupo della "foresta",
senza dubbio una delle cose più belle che l'illustre viaggiatore
d'Oltralpe abbia visto nel Basso Salento. L'Arditi, che nel 1851
aveva conosciuto in tutta la sua vastità e bellezza il
Bosco Belvedere, perché ne aveva tracciato la mappa e proceduto
alla divisione della terra tra il principe di Tricase e i Comuni
interessati, nel 1879 scriveva: «Era questo forse nella
provincia il bosco più vasto e vario per essenze arboree,
ma oramai non rimangono più di arbustato e di ceduo, se
non poche moggia a nord-ovest verso Supersano». Courtesy
Ezio Sanapo
Quelle "poche moggia" che nel 1882, a distanza di 84
anni dalla visita del De Salis, il De Giorgi, visitando Supersano,
vide: «E verso l'orizzonte a sinistra si profilano gli ombrelli
dei pini d'Italia, che sollevan le loro chiome pittoresche sulla
bruna massa delle querce di Belvedere». La "bruna massa"
di querce ora non c'è più!
QUANDO MUORE UNA GRANDE
QUERCIA di Gino De Vitis
Un decreto del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, concedeva,
in data 19 maggio 1971, un nuovo stemma al Comune di Supersano,
su domanda del sindaco. Il nuovo stemma, raffigurante "Bosco
Belvedere", sostituiva il vecchio, glorioso emblema, raffigurante
la "Quercia". Opportuna o meno la decisione del sindaco
in carica che ne aveva chiesto la soppressione, rimane il fatto
che i Supersanesi, almeno una buona parte di loro, non sanno ancora
del cambiamento avvenuto, non sanno ancora che la "loro"
quercia è stata definitivamente abbattuta. E che la quercia
sia stata per non poco tempo lo stemma del paese, lo si deve al
fatto che una grande pianta (ma che dico, "grande"!?
Immensa era, invece) costituiva il più significativo "indicante"
del nostro paese. Ecco la quercia, siamo a Supersano! Non è
vuoto sentimentalismo, se da queste colonne si fa lode a questo
gigantesco "personaggio". Perché di personaggio
si tratta, non ci sono dubbi, vista l'importanza che la pianta
ha avuto per noi, sì da essere stata, appunto, per tanto
tempo, il simbolo del paese. Ci tornano alla mente i bei versi
del Pascoli, nella poesia "La quercia caduta". Anche
la "nostra" quercia, ora, non più «coi
turbini tenzona». Venne abbattuta! Essa era all'ingresso
del paese, lato nord, nel luogo compreso, oggi, tra il canale
"Muto" e la strada provinciale per Scorrano, là
dove ora è stato sistemato un trasformatore dell'Enel.
Intorno alla pianta, un enorme spiazzo. La sua chioma era maestosa,
capace di dare ombra, tanta ombra al viandante, che, Roberto Gennaio
stanco, ne avesse avuto bisogno. Ma più che la sua chioma,
il "fenomeno" era costituito dal tronco: una circonferenza
da capogiro. Dicono, coloro che la conobbero e che ne ascoltarono
i suoi ultimi battiti, che occorrevano ben quattro persone (sic!)
con le braccia aperte, per abbracciarne l'enorme tronco; basti
pensare, per avere un'idea più verosimile, che nel suo
tronco era stato ricavato un vero e proprio antro, nel quale potevano
trovare comodo riparo quattro o cinque persone, sedute attorno
ad un tavolino. E si pensi quanto cara fosse stata la quercia
di Supersano agli zingari, a questa gente senza casa, che, facendo
sosta nel nostro paese, trovava un certo riparo all'ombra e nel
tronco della secolare pianta. Quanto tempo era vissuta? La gente
se la sarà sempre posta questa domanda e ce la poniamo
oggi anche noi. Ma chi può sapere la durata della vita
della nostra quercia! Purtroppo non siamo in grado di dirlo, poiché
non abbiamo alcuna documentazione, anche se si può affermare
con sufficiente sicurezza che la nostra quercia non avesse meno
di dieci secoli. Una cosa, quindi, è certa: la sua vita
è stata straordinariamente lunga. Perché la sua
fine? Il racconto di chi la ammirò ha veramente del patetico.
La quercia era "sofferente", ormai decrepita, per cui
si pensò bene di abbatterla. Sofferente per aver dato riparo,
nella sua cavità, a tanta gente! Sì, la sua generosità
fu la causa della sua morte. L'enorme buca nel suo ventre l'aveva
percossa inesorabilmente: la linfa non aveva avuto più
la possibilità di ascendere facilmente dalle radici al
resto della pianta, impedita, appunto, dall'enorme taglio nel
tronco. E così la scure si abbattè su di lei. Questo
accadeva circa novant'anni fa. Venne dato l'incarico dell'esecuzione
a Guerino Sanapo, il quale si valse della praticità nel
mestiere di Paolo Negro, Ci manca la testimonianza dei due, poiché
entrambi sono morti. Finiva così la lunga vita di questa
nostra forte pianta, tra il rimpianto generale dei Supersanesi,
e non solo dei Supersa-nesi, e il dolore degli uccelli con i quali
la quercia, mamma quercia, era stata così buona.
LE QUERCE DEL SALENTO
Numerose erano le specie di alberi e arbusti che vegetavano nel
Bosco Belvedere, fra le paludi e gli acquitrini: il frassino,
il carpino, il castagno, la quercia spinosa, il leccio, il fragno,
la roverella, insieme con l'intera gamma di piante della macchia
mediterranea. A partire dalla seconda metà dell'Ottocento,
per venire incontro alle necessità degli agricoltori, il
bosco fu in gran parte distrutto per far posto soprattutto agli
ulivi che ancora oggi ricoprono quei fertili terreni. Scrive il
tecnico ambientale e naturalista Roberto Gennaio: «I disboscamenti
irrazionali (clearcutting), gli incendi ripetuti, le attività
pastorali, lo smacchiamento e le opere di dissodamento necessarie
per reperire nuovi terreni coltivabili, si accentuarono in maniera
esponenziale a partire dai primi anni del '700 e continuarono
dissennatamente nei secoli successivi [...]. Anche la richiesta
sempre più incalzante di combustibile vegetale determinò
la specializzazione di diverse maestranze nel taglio degli alberi
e delle grandi querce e nella preparazione del carbone e i "craunari"
di Calimera e di Supersano erano i più noti e specializzati
del Salento [...]».
Scriveva il De Giorgi nel 1877: «Non è senza il massimo
dolore ch'io osservo di anno in anno cadere atterrate al suolo
quelle querce maestose che hanno sfidato per tanti secoli le ingiurie
del tempo, dell'atmosfera, degli uomini e degli animali. La falce
e la mannaia livellatrice del boscaiolo segnano intanto, inesorabili
su questa via di distruzione [...]». Dice Gennaio: «Forse
non tutti sanno che nel nostro Salento sono presenti nella flora
spontanea ben dieci specie di querce e dodici in Puglia, tanto
che il botanico pugliese E. Carano la definì la "terra
delle querce"». Le querce saìentine sono: il
leccio (Quercus ilex), la quercia spinosa (Quercus calliprinos),
la quercia virgiliana (Quercus virgiliana), la quercia di Dalechamp
(Quercus Dalechampii), la vallonea (Quercus thaburensis subsp.
macro-lepis), la sughera (Quercus suber}, il farnetto (Quercus
frainetto), il fragno (Quercus trojana), la rovere (Quercus petraea),
la roverella (Quercus pubescens).